Quattro giovani finiscono a Poggioreale dopo lo sbarco dalla Ocean Viking. Il processo si conclude con l’assoluzione per stato di necessità. Restano da chiarire i passaggi che li hanno tenuti in custodia cautelare per quasi un anno e mezzo.
A Napoli sono arrivati su una nave di soccorso. Poi si sono aperte le porte di Poggioreale, dove sono rimasti per 17 mesi. Tre cittadini sudanesi e uno del Ciad, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dopo lo sbarco dalla Ocean Viking nel luglio 2024.
Il 5 dicembre 2025 il tribunale li ha assolti. Nell’ultima udienza, secondo le ricostruzioni del processo, anche il pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione, accogliendo la tesi difensiva. Alla fine del dibattimento, dunque, accusa e difesa erano arrivate alla stessa conclusione.
In mezzo ci sono diciassette mesi di carcere. Ed è su quel periodo che occorre fare luce.
Il fermo poche ore dopo lo sbarco
Il 20 luglio 2024 i quattro hanno tra i venti e i ventisei anni. I cittadini sudanesi ne hanno 20, 22 e 26; il giovane del Ciad 21. La Ocean Viking porta a Napoli complessivamente 55 persone, soccorse nel Mediterraneo.
Il fermo arriva poche ore dopo lo sbarco. Gli investigatori raccolgono testimonianze ed esaminano i cellulari. I quattro vengono individuati come presunti scafisti e trasferiti a Poggioreale. Seguono la convalida del fermo e, nell’ottobre successivo, il decreto di giudizio immediato.
Comincia così l’attesa del processo in custodia cautelare.
Le immagini sui telefoni e le testimonianze in aula
Stando ai resoconti del dibattimento, tra gli elementi utilizzati dall’accusa figurano fotografie, video e selfie realizzati durante la traversata. In aula vengono ricostruiti anche i periodi di detenzione in Libia, le torture e le minacce subite lungo il percorso migratorio.
Testimonia inoltre il comandante della Ocean Viking, che descrive i rischi provocati dagli interventi della guardia costiera libica.
Il punto da accertare va oltre l’identificazione delle persone alla guida. Occorre stabilire perché abbiano assunto quel compito, quali ordini abbiano ricevuto e che cosa sarebbe accaduto se si fossero rifiutate.
Una fotografia può documentare chi tiene il timone. Le condizioni nelle quali quella persona agisce richiedono altri accertamenti.
Il dubbio sulle violenze che porta all’assoluzione
Nel passaggio delle motivazioni rilanciato l’8 settembre 2026, i giudici rilevano un «significativo dubbio, in alcun modo risolvibile» che la condotta dei quattro sia stata imposta da una situazione di necessità, provocata dalle violenze o dalle minacce di soggetti presumibilmente appartenenti all’organizzazione dei trafficanti.
È su questo punto che si fonda l’assoluzione: la possibilità concreta che gli imputati abbiano guidato perché costretti dalla situazione nella quale si trovavano.
Il dubbio ha un significato preciso nel processo penale. L’articolo 530, comma 3, prevede l’assoluzione anche quando resta dubbia l’esistenza di una causa di giustificazione. Come ha ricordato la Corte costituzionale nella sentenza 120/2026, devono comunque essere stati indicati elementi seri e circostanziati capaci di renderla plausibile.
Una vicenda già nota, tornata al centro della cronaca
La cronologia va tenuta ferma: l’assoluzione risale al dicembre 2025 e passaggi delle motivazioni erano già stati pubblicati nel maggio 2026. L’aggiornamento di settembre riporta quindi all’attenzione una storia sulla quale erano emersi diversi particolari.
Le ricostruzioni pubblicate a maggio riferivano che i quattro erano stati obbligati dai trafficanti a condurre le due imbarcazioni. Indicavano inoltre l’assenza di legami con organizzazioni criminali e di guadagni ricavati dalla guida.
A difenderli sono stati gli avvocati Martina Stefanile, Armando Cervone, Tatiana Montella e Stella Arena, affiancati dal mediatore Nagi Cheikh Ahmed, con la collaborazione dell’avvocato Carmine Di Somma.
Dopo il carcere, il riconoscimento come rifugiati

Dopo la scarcerazione, i quattro hanno potuto proseguire il percorso relativo alle domande d’asilo, presentate al loro ingresso in Italia.
La Commissione territoriale di Napoli ne ha già definite alcune, riconoscendo all’unanimità lo status di rifugiato. Non è stato precisato quante posizioni abbiano ottenuto il riconoscimento: attribuirlo a tutti e quattro sarebbe inesatto.
Per alcuni degli imputati assolti, alla conclusione del processo è dunque seguito il riconoscimento della protezione internazionale.
Le domande sui diciassette mesi a Poggioreale
Per spiegare fino in fondo la detenzione servono la sentenza integrale e i provvedimenti sulla custodia cautelare. Occorre sapere quando siano emerse le prime dichiarazioni sulle minacce, quali riscontri siano stati raccolti e come siano stati valutati.
Bisogna inoltre chiarire se, prima del dicembre 2025, siano state presentate richieste di scarcerazione e con quali esiti. Al momento, la documentazione consultabile non consente di ricostruire questi passaggi né di stabilire se l’assoluzione sia definitiva o sia stata presentata una domanda di riparazione per la detenzione.
Il dato da cui partire resta questo: quattro giovani hanno trascorso 17 mesi a Poggioreale prima di essere assolti, con una richiesta in tal senso formulata anche dall’accusa. Ricostruire quando e come siano maturati gli elementi decisivi del processo è necessario per capire che cosa sia accaduto durante quei mesi.


