MELITO. Imprenditori fanno i soldi su lavoratori senza diritti. La casa fantasma e la coppia padre-figlio delle fatture false da 130 MILIONI

MELITO (luigi v. repola) – Una casa vuota, senza mobili, senza soffitto, senza cucina, citando una canzone per bambini. È quanto è stato trovato durante una perquisizione eseguita nel casertano, a Cesa.

Si tratta di una delle conseguenze della maxi inchiesta su frodi fiscali e riciclaggio, guidata dal Maggiore Valentino Luce del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, che ha portato a un sequestro preventivo d’urgenza di circa 37 milioni di euro. Quella casa era la finta residenza di un uomo di Melito di Napoli, indagato per false fatture insieme al padre.

I due, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Ravenna, erano gli amministratori di fatto di una serie di società cartiere, cioè aziende che esistono solo sulla carta, senza una reale struttura produttiva, create al solo scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti e riciclare denaro. I prestanome, che formalmente comparivano come titolari delle società, non sono indagati.

LA SOLITA STORIA PER NON PAGARE LE TASSE

Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era piuttosto lineare. Le società cartiere emettevano fatture false nei confronti delle aziende realmente operative, che avevano bisogno di manodopera per le loro commesse. In questo modo, le aziende beneficiavano di un doppio vantaggio: da un lato, scaricavano costi inesistenti e risparmiavano sulle tasse; dall’altro, avevano a disposizione circa mille lavoratori – saldatori, carpentieri e manovali d’officina, perlopiù di origine straniera – senza doverli assumere direttamente, senza garantire loro tutele salariali e previdenziali, senza l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato e senza ricorrere alle agenzie interinali regolarmente autorizzate.

Ma il denaro, si sa, lascia tracce. E seguendo quelle tracce, gli investigatori hanno scoperto che i pagamenti ricevuti dalle società venivano prelevati in contanti e trasportati fisicamente indietro. Secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza, i due indagati di Melito – padre e figlio – prendevano la macchina e salivano fino a Ravenna per consegnare il denaro. Trattenevano per sé la quota dell’Iva, che rappresentava la loro commissione per il servizio, un compenso per aver prestato il proprio nome e la propria struttura fittizia all’operazione.

MA LA STORIA E’ PIU’ GRAVE

L’inchiesta della Procura di Ravenna ha fatto luce su un sistema ben più ampio, che coinvolgeva circa 155 società cartiere, 1.200 soggetti economici e oltre 80 milioni di euro trasferiti all’estero in circa due anni. Le perquisizioni, oltre 40, sono state eseguite nelle province di Ravenna, Rimini, Cesena, Napoli, Caserta, Bergamo, Padova, Taranto e Lecce.

Nel corso delle operazioni, i finanzieri hanno scoperto un vero e proprio “ufficio finanziario” dotato di server, computer, macchina conta-banconote, oltre 100 smartphone e centinaia di carte di credito. Sono stati trovati anche circa 250mila euro in contanti, gioielli e orologi di lusso, tra cui uno del valore stimato di circa 100mila euro. Grazie alla cooperazione con il Tribunale di San Marino, sono stati sequestrati rapporti finanziari per circa 7,5 milioni di euro.

Il procedimento penale, che allo stato riguarda 22 persone fisiche tra cui due professionisti, è nella fase delle indagini preliminari. Come previsto dalla legge, gli indagati sono da considerarsi presunti innocenti fino a una eventuale sentenza definitiva.

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