Camorra, cellulari in carcere e droga: 9 misure cautelari della Dda di Napoli. Coinvolti sei clan, tra cui Mazzarella e Gionta. Indagati in sei province.
Telefoni fatti arrivare in carcere ai detenuti, traffico di droga, estorsioni e violenze, tutto per conto dei clan. Dalle prime luci dell’alba di oggi, martedì 20 ottobre, i carabinieri del Nucleo operativo di Napoli Bagnoli, insieme al personale del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, stanno eseguendo una misura cautelare emessa dal gip di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, nei confronti di 9 persone.
Le accuse
Secondo l’accusa, gli indagati sono gravemente indiziati di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, traffico di stupefacenti, estorsione, lesioni, violenza privata e violenza per costringere a commettere un reato. Tutti i reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso e della finalità di agevolare, a vario titolo, sei organizzazioni camorristiche.
I sei clan
I clan indicati nel provvedimento sono i Mazzarella-D’Amico, i Troncone, i Ferrara-Cacciapuoti, i Gionta, gli Avventurato e i De Luca Bossa-Minichini. Si tratta di gruppi di zone diverse: i Troncone, per esempio, sono considerati dagli investigatori attivi a Fuorigrotta e nell’area occidentale di Napoli, mentre i Ferrara-Cacciapuoti operano a Villaricca.
Indagati da Napoli a Rovigo
L’inchiesta parte da Napoli ma tocca mezza Italia. Gli indagati sono domiciliati o detenuti nelle province di Napoli, Siracusa, Catania, L’Aquila, Cosenza e Rovigo. Il dettaglio fa pensare che parte dei destinatari si trovi già in carcere, in istituti lontani dalla Campania.
Il reato dei telefonini in cella
L’accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte dei detenuti è un reato relativamente recente. È stato introdotto nel codice penale, all’articolo 391-ter, dal decreto sicurezza del 2020. Prima, introdurre o tenere un telefonino in carcere era solo un illecito disciplinare. Oggi chi procura un cellulare a un detenuto, ne consente l’uso o lo introduce in un istituto penitenziario rischia da uno a quattro anni di reclusione. La pena sale da due a cinque anni se a farlo è un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio o un avvocato, e la stessa pena base si applica al detenuto che riceve o usa il telefono.
Non è la prima volta che un’inchiesta della Dda di Napoli fa emergere l’uso di cellulari nelle carceri da parte dei vertici dei clan. Nell’aprile 2025, nell’operazione contro i clan Troncone e Frizziero, con 24 indagati, i carabinieri avevano accertato l’ingresso nascosto di telefoni in alcuni istituti, con cui i capi, secondo l’accusa, avrebbero continuato a dare ordini sulla gestione degli affari.
Alle 10 la conferenza stampa in Procura
I dettagli dell’operazione saranno illustrati nella conferenza stampa che il procuratore di Napoli terrà alle 10 negli uffici della Procura.

