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(VIDEO) Così il boss di Secondigliano Mennetta dava ordini dal 41bis per gli affari durante il Covid

           

NAPOLI – Una nota sarà inviata dalla procura di Napoli al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per segnalare l’inadeguatezza dei controlli a cui è sottoposto Antonio Mennetta, boss di camorra ergastolano detenuto nel carcere di Sassari in regime di 41 bis. Da alcuni colloqui intercettati con suo cognato Alberto Sperindio emerge, infatti, che Mennetta, uno dei capiclan della Vanella Grassi, aveva il pieno controllo della nuova florida attività della cosca di Secondigliano: gestire importanti attività economiche che hanno funzionato a pieno regime anche durante il lockdown. Ordini che Mennetta impartiva anche a sua madre, Annunziata Petriccione. Si tratta di aziende di vigilanza privata e portierato non armato, di attività del settore immobiliare, ma anche di imprese di pulizie, presenti da tempo sul mercato, che si sono occupate della sanificazione di numerosi locali in tempi di emergenza coronavirus. Come ricostruito dalle indagini della Dda, il clan Vanella Grassi, che dopo la scissione con gli Amato-Pagano e la violenta faida del 2012 con la cosca contrapposta degli Abete-Abbinante si era sempre occupato di gestire traffici di stupefanti, controllando importanti rotte di cocaina, e di violente estorsioni, aveva deciso di reinvestire l’ingente patrimonio accumulato in attività economiche, gestite da cosiddete “teste di legno”, ovvero meri prestanome. Imprese che, quindi, erano direttamente riconducibili alla componente Mennetta del clan Vanella Grassi. Sono di attività su cui c’era una concorrenza spietata tra i clan: ogni settore veniva ‘suddiviso’ tra le cosche anche con modalità feroci, esattamente come è sempre accaduto per le piazze di spaccio. E Mennetta, un killer che si è definito ‘Imperatore di Secondigliano’, non ha perso l’occasione di gestire anche questi nuovi affari, facendo trafilare ordini e direttive e ricevendo importanti informazioni durante i colloqui in carcere, nonostante il 41 bis.

Il boss, la madre Annunziata Petriccione e il cognato Alberto Sperindio sono stati raggiunti questa mattina da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del tribunale di Napoli insieme ad altre due persone (Salvatore Di Bari e Giovanni Vallefuoco). A darne esecuzione gli uomini del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Napoli. Le ipotesi di reato vanno dall’associazione di stampo mafioso all’estorsione, l’illecita concorrenza, l’intestazione fittizia di beni, il riciclaggio e il reimpiego di proventi illeciti. Eseguite altre due ordinanze nei confronti di Gianluca Sperindio e Antonio Aurino per cui il Gip ha disposto l’obbligo di dimora e il divieto di esercizio di impresa e di uffici direttivi di imprese. Sequestrati al clan beni dal valore di oltre 10 milioni di euro: 11 società, immobili, un’imbarcazione, moto e auto di grossa cilindrata. Tutti beni riconducibili alle nuove mire espansionistiche del clan: il reinvestimento dei profitti in attività economiche, alcune delle quali attive anche durante il lockdown.