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STRISCIA LA NOTIZIA. Direbbe Fede: “Che figura di m…” Stefano Graziano! Scappa davanti alle domande sulla MACELLERIA SOCIALE dei volontari (?) del 118

           

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NAPOLI – Il rapporto tra le Asl campane e le cooperative che erogano, dopo aver vinto una gara, il servizio di soccorso e di emergenza collegato al numero telefonico 118, è stato sempre problematico.

Anche noi abbiamo denunciato più volte le condizioni in cui sono costretti a lavorare i presunti volontari.

Eh sì, perché tutto il sistema, come capita spesso in questo Meridione arretrato e che ha fatto dell’ipocrisia uno strumento di tossica convivenza, tutto si basa su una grande bugia.

Attenzione, si tratta di una bugia “sgamata” per così dire. Nel senso che tutti, cioè ogni cittadino, anche i non addetti ai lavori, sanno che quei volontari, in realtà, non lo sono.

Si tratta di disoccupati che fanno parte delle schiere enormi dei senza lavoro, che pur di guadagnare 600-700 euro al mese accetterebbero anche di vestirsi da Pulcinella ogni mattina.

Per cui, come ha detto uno di loro a Luca Abete di Striscia la Notizia, sono ”involontariamente volontari”.

La grande bugia consente di far quadrare i conti dei principali attori della scena: la Regione Campania risparmia un botto perché, in prima battuta, non deve assumere altro personale medico, infermieristico e ausiliario per un servizio che, attenzione, è tutt’altro che secondario, perché in molte circostanze l’intervento di un’ìambulanza del 118 è letteralmente una questione di vita o di morte.

In seconda battuta perché con la storiella dei volontari “involontari”, le cooperative strutturano una configurazione dei loro costi che consente loro di fare gli utili che desiderano.

Tutti sanno tutto, probabilmente anche la magistratura.

Però, come si dice, per quieto vivere e perché tutto sommato in un paese come l’Italia che inorridisce delle sue articolazioni burocratico-sindacatocratiche di fronte alla verità delle gabbie salariali, è meglio l’ipocrisia di volontari che tali non sono, sfruttati e trattati spesso come carne da macello, esposta in questi giorni a rischi terrificanti nel soccorso ai malati di coronavirus, e non prendere atto di una situazione di fatto che è quella di un’impossibilità economica, di condizioni del mercato del lavoro non in grado di sostenere, al di là dei contratti atipici, della modifica di quell’autentica follia che è stato l’articolo 18, lo stesso livello di retribuzione tra Regioni ricche e Regioni povere, che tengono duro perché i politici vogliono tenere la gente sotto scacco, afflitta dal bisogno, per affermare la cultura del favore clientelare, unico sistema da loro conosciuto per conquistare i voti e dunque le poltrone.

Striscia la Notizia ieri sera ha messo il dito in una piaga antica, intervistando alcuni di questi volontari mandati spesso allo sbaraglio senza presidi di protezione, senza attrezzature decenti per tutelare la propria salute dal rischio di contagio.

I sindacati, che di questa situazione sono complici, diventano dunque i primi attori di un’espressione storicamente tipica del loro lessico: le presunte organizzazioni a difesa dei lavoratori impugnano i coltellacci e diventano i primi artefici della macelleria sociale.

In ogni tragedia c’è sempre un momento in cui questa incrocia la farsa, la commedia, suscitando un sorriso, seppur amaro.

Manco a dirlo, proprio ieri, ci siamo occupati del presidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale della Campania Stefano Graziano (CLICCA QUI) riconoscendogli, utilizzando il registro retorico dell’ironia, competenze assolute nella materia di cui si sta, diciamo così, occupando.

Se di fronte alle due telefonate che gli ha fatto Luca Abete per chiedergli conto delle incresciose vicende legate allo sfruttamento dei lavoratori delle cooperative (vi raccomandiamo anche si ascoltare la risposta fredda e burocratica di un dirigente dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli), Graziano avesse risposto affermando sciocchezze, sarebbe stato comunque molto meglio rispetto a come si è comportato.

Cosa che non ci sorprende e non sorprende chi ben lo conosce.

Come un bambino preso con le proverbiali dita nella marmellata e dimenticando di rappresentare con il suo agire, l’agire di una delle Regioni più importanti d’Italia, ha fatto cadere la linea. In pratica ha riagganciato il telefono per due volte. Nel primo caso perché una videoconferenza, evidentemente decisiva per il destino del mondo, non poteva fare a meno del suo illuminatissimo contributo.

Il fatto che la videoconferenza sia stata solo una scusa, è dimostrato dalla seconda telefonata del giorno dopo, indirizzata da Luca Abete a un altro numero telefonico, e riagganciata anch’essa.

Dunque, la Regione Campania non vuol parlare di una situazione grave in cui, con ogni probabilità, si rende complice, se non addirittura protagonista, di un’annosa trama di sfruttamento.

Siccome anche noi di Casertace e Napolice siamo stati più volte sollecitati, negli ultimi giorni, da questa umanità dolente, costretta a turni assurdi ed esposta alla insidiosa minaccia del virus, abbiamo deciso di ritornare, come si suol dire, sul pezzo, partendo però, stavolta, dai primordi di questa storia, e dai suoi vergognosi documenti fondanti e fondamentali.