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L’EDITORIALE. Testuale De Luca ieri in consiglio: “Ho buttato il sangue per salvare la Campania, vergognatevi.” Compostamente, diciamo e dimostriamo che non è così. Ha buttato solo quattrini

           

(Gianluigi Guarino) Non è stato possibile seguire ieri pomeriggio in streaming i lavori del consiglio regionale. De Luca e la presidente dell’assemblea Rosa D’Amelio si sono giustificati adducendo motivazioni di carattere tecnico. Fatto sta, che mentre lo streming ha sempre funzionato in occasione delle decine e decine di monologhi, di messaggi al popolo erogati da De Luca durante l’emergenza coronavirus, ieri, quando per la prima volta consiglieri regionali che non la pensano come il presidente della giunta avrebbero potuto iniettare un briciolo i democrazia, riattivando un dibattito, la trasmissione in streaming, all’improvviso è diventata un obiettivo impossibile da realizzare.

E così in tanti, oltre a non aver ascoltato gli interventi dei consiglieri, si sono persi anche la mezz’ora netta che De Luca si è preso per la sua replica. Il governatore Vincenzo De Luca nel corso della sua replica ha dichiarato testualmente: “Ho buttato il sangue per salvare la Campania dal disastro, vergognatevi.

De Luca ha un vantaggio che in pochissimi possono vantare di questi tempi: poter utilizzare frasi come queste, toni roboanti, densi di pathos e spesso di comoda retorica, senza correre il rischio che le sue parole siano valutate per quello che sono. Il fatto che le pronunci lui, le impermeabilizza da un sindacato effettivo che non sia quello ovvio e normale espresso dai suoi avversari politici. Dunque, la sua diventa una struttura di comunicazione chiaramente riconoscibile nei discorsi dei grandi dittatori.

Hitler, Mussolini e, in un contesto più democratico ma non certo completamente democratico, Juan Domingo Peron in Argentina, riscuotevano l’applauso e le acclamazioni, non per il significato delle parole che usavano, ma per il tono con cui le pronunciavano. Basta guardare i filmati dell’epoca, l’applauso e il delirio crescevano con l’ascesa dei decibel che accompagnavano le parole più roboanti, l’espressione più evidente di una capacità di affabulazione che metteva insieme i toni tribulizi con quel quid, che agli oratori appiccicava in fronte il marchio, il carisma degli uomini forti, delle guide indiscutibili.

Questo elemento di similitudine conta nel momento in cui si vanno a vedere i commenti su quello che De Luca ha detto ieri pomeriggio in consiglio regionale. Vi accorgerete che sono più quelli positivi che quelli negativi. Ma il problema non è quello della espressione numerica del consenso o del dissenso. La questione che si ricollega a ciò che abbiamo appena scritto sulla modalità espressiva di De Luca, è un’altra: tra i positivi, solo alcuni esprimeranno una valutazione di contenuto. Tutti gli altri saranno, in linea di massima, dello stesso tenore: “Bravo governatore…gliene hai cantate 4…li hai bastonati di brutto” e continuando così con altri commenti dello stesso tenore.

Per cui, non c’è da sperare che il popolo, il quale, a pensarci bene, non è cambiato granchè rispetto a 80, 85 anni fa, rispetto alle adunate oceaniche di Piazza Venezia o ai discorsi del Fuhrer oppure rispetto a quelli erogati dalla coppia Peron-Evita.

Conta il suono, anzi, conta il rumore che più è forte, più rende ininfluenti i contenuti. Solo che 80 anni fa le adunate oceaniche erano composte di tanta carne e altrettante ossa, oggi sono virtuali, ma non meno superficiali.

Attenzione, noi non diciamo che, in questo momento, uno debba essere necessariamente contro De Luca, per come il medesimo ha gestito l’emergenza covid in Campania. Si ha tutto il diritto di appoggiarlo e di essere a suo favore, ma questo deve avvenire attraverso uno sforzo di giustificazione reale delle attività da lui svolte negli ultimi due mesi e mezzo e attraverso un consenso motivato soprattutto per quel che riguarda i punti in relazione ai quali De Luca ha subito delle critiche, anche pesanti, a partire da quelle che abbiamo esposto più volte noi di CasertaCe e NapoliCe.

Dire che uno è un buon governatore solo perchè è bravino a fare il tribuno e risulta divertente per le sue battute sferzanti che regala ai propri avversari e a chi osa dissentire da lui, è semplicemente sbagliato. E d’altronde, la Campania, dopo 5 anni della sua amministrazione, quali passi in avanti reali ha compiuto? Siamo usciti da un lungo commissariamento della sanità? Parlo di indicatori macro economici, di utilizzo finalmente liberato dalla pratica clientelare di centinaia e centinaia di milioni di euro, spesi dalla Regione o da questa assegnati ai comuni.

Beh, non è che ci volesse superman per fare quello che ha fatto De Luca, tagliando indiscriminatamente servizi e strutture, recidendo il tumore del debito attraverso una sua rimozione meccanica. Chiunque avrebbe fatto lo stesso e forse anche un pochino meglio.

Per il resto, uno schifo era la Campania al tempo di Rastrelli, di Bassolino, di Caldoro e lo stesso schifo è oggi, con adeguata rappresentazione nella pletora di impresentabili che ogni giorno regge la coda e bacia lo scettro del governatore, rappresentandolo nei territori, in maniera vergognosa, com’è successo in queste settimane, quando, addirittura, c’è stato qualche consigliere regionale che ha fatto la raccomandazione per i tamponi a favore di quel vicesindaco o di quella persona che gli potrà tornare utile alle prossime elezioni. O che ha addirittura consegnato le mascherine come se si trattasse di un favore personale e non di un sacrosanto diritto, peraltro riconosciuto in colpevole ritardo, che ogni cittadino di questa regione aveva ed ha, a prescindere da chi lo governa.

Solo che Rastrelli, Bassolino e Caldoro quantomeno si guardavano bene dall’esercitare la pratica dell’autocelebrazione compulsiva.

Quante volte abbiamo sentito anche attorno alle nostre vite personali, un padre dire al proprio figlio: “Ho buttato il sangue per te e così mi ripaghi?“. In quel momento, il padre è spinto da un pensiero onesto. Lui è convinto, infatti, graniticamente persuaso di aver fatto tanto per suo figlio, perchè magari non sa e non capisce che il ragazzo non aveva bisogno di avere più scarpe, più un’auto, più cibo, bensì aveva bisogno di un altro tipo di cibo, quello che nutre la mente, di un dialogo empatico che fosse in grado di fornigli quegli stimoli e quei riferimenti emotivi in grado di poterlo maturare nei tempi dovuti.

E siamo sicuri che anche De Luca, quando ha pronunciato la roboante frase “ematica” durante il discorso tenuto ieri in consiglio regionale, fosse assolutamente convinto, come lo è anche stamattina del resto, del pregio assoluto, della qualità sopraffina, della cascata di intelligenza da lui posti al servizio della lotta al coronavirus.

Ma questa sua certezza matematica non è fondata su ragionamenti convincenti e in grado di essere autenticamente persuasivi nei confronti di chi ha seguito tutta la vicenda del coronavirus con attenzione e profondendo energie nella lettura e nell’approfondimento di centinaia e centinaia di atti.

Vedete, noi diciamo che De Luca è convinto di quello che dice. Cioè che è in buona fede, altrimenti dovremmo affermare che lui è intellettualmente disonesto e cinico al punto da far diventare l’umana sofferenza uno strumento di affermazione politico-elettorale. Ma siamo certi che non è così. Lui, a 71 anni, dopo aver guidato il comune di Salerno per decenni e dopo essere diventato governatore della Campania, ricoprendo per alcuni mesi in cui non ha potuto amministrare il suo comune, una comoda poltrona di sottosegretario del governo Letta, ha passato troppo tempo a comandare a bacchetta per mettere in discussione, nell’intimità dei suoi pensieri, un’altra sua certezza granitica, quella che lo porta a ritenere di conoscere la vita e i problemi quotidiani della gente comune, dei suoi concittadini e dei suoi corregionali.

Non è un caso che lui, nei suoi one man show, si soffermi su episodi di vita quotidiana (che so, il cassonetto, quello che non si ferma davanti al rosso, il vandalo che danneggia una pianta eccetera) ma, in realtà, quei racconti sono solo un’espressione retorica. Piccole scene che magari lui incrocia negli spostamenti in auto ma che gli servono e che sono selezionate di proposito, non per maturare una consapevolezza di un problema con l’obiettivo di risolverlo, ma solo per cibare il suo stato di alienazione. Sì, perchè De Luca, a nostro avviso, è alienato dalla realtà.

La racconta a modo suo, fa fare quattro risate alla gente che lo ascolta e così pensa di risolvere i problemi. Quando, ieri pomeriggio, ha preso la parola, è stato il De Luca di sempre.

Un uomo politico che sta con i piedi per terra, che sta attaccato alle cose concrete, alla vita della gente comune, non avrebbe mai detto che se la Campania si è salvata, è perchè lui ha buttato il sangue, per cui tutti quelli che ora lo criticano, devono vergognarsi. Non l’avrebbe detto perchè se uno non è alineato, se non vive confinato e isolato nel suo super-ego, non può non considerare che tutta l’Italia meridionale, per sua fortuna e per eventi meramente casuali, ha dovuto fare i conti con un volume di contagio nettamente inferiore a quello delle regioni del nord.

Avete sentito per caso il governatore della Puglia Michele Emiliano, quello del Molise, quello della Basilicata o Jole Santelli o Musumeci della Sicilia, elevarsi al rango di salvatori delle loro regioni? No, non li avete sentiti. Non l’hanno detto perchè semplicemente non è così. Semplicemente perchè a chiudere le persone in casa per due mesi e più, sono buoni tutti e in provvedimenti di questo genere non esiste il discrimine della capacità o dell’incapacità, trattandosi di atti dovuti.

A pensarci bene, una cosa l’ha effettivamente “buttata” De Luca, non il sangue, ma il danaro, un fiume di danari che Emiliano, la Santelli, i governatori del Molise, della Basilicata, dell’Abruzzo, si sono ben guardati dal gettare via. Perchè nessuno di loro, essendo normalmente sintonizzato con la realtà, ha ritenuto che fosse una buona idea spendere 12 milioni 264 mila euro, più altri 7/8 milioni in forniture per la costruzione di ospedaletti prefabbricati, in pratica dei capannoni industriali travestiti da strutture sanitarie, che anche se si volessero riutilizzare, riciclare un domani per altre funzioni, soffrirebbero di molte problematiche di abitabilità e anche di agibilità.

A De Luca resta, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, solamente un’arma, quella che lui evoca, in senso contrario, nei suoi discorsi: il governatore deve concentrarsi per portare seccia e per far esplodere un contagio molto più grande di quello sviluppatosi da marzo in poi in Campania, in modo da utilizzare, nei prossimi mesi, i tre ospedaletti.

Un amministratore all’altezza non dice mai di aver buttato il sangue e di registrare come irriconoscenza vergognosa il dissenso di chi non è d’accordo. Non basta l’esibizione del proprio ego per risolvere i problemi. Al massimo si distrae il popolino. Ma la politica, quella vera, quella che in Italia latita, è un’altra cosa, caro governatore De Luca.