Regione

L’EDITORIALE. E così, in CAMPANIA e nel Sud con 18 nuovi contagi o addirittura ad epidemia zero, si starà ancora agli arresti domiciliari e si distruggerà l’economia reiterando la chiusura di attività commerciali cruciali

           

di Gianluigi Guarino

Sui 18 nuovi positivi della Campania avremo modo di discutere durante la giornata odierna, sia per quanto riguarda, all’interno dei nostri due “Microscopi”, il loro significato sanitario ed epidemiologico, sia per quello che valgono nella fondamentale questione dei pesantissimi problemi economici, epocali ed enormi, causati dal coronavirus e dalle misure prese per combatterne la diffusione.

Di questi 18 nuovi positivi della Campania, parleremo collegandoli alle decisioni assunte in queste ore da un governo nazionale, essendo chiamato per la prima volta a non produrre “atti dovuti”, che una qualsiasi persona, appena sensata, avrebbe realizzato allo stesso modo come unica ed ovvia modalità di guerra per combattere alla minaccia assimilabile a quella di una guerra, rappresentata dal coronavirus, ha messo a nudo tutte le sue carenze, tutta la sua superficialità, appoggiandosi ad una task force guidata da un manager da un milione e passa di euro all’anno, formata, tra gli altri, da baroni della Medicina e delle professioni che non hanno assolutamente idea di cosa sia la vita di ogni giorno, la vita della gente comune.

Una task force nella quale non c’è un solo rappresentante di quello che, una volta, si chiamavano le arti e i mestieri, cioè degli artigiani, non c’è un rappresentante dei commercianti, non c’è un rappresentante delle microimprese del turismo alberghiero, del turismo dell’accoglienza, del turismo dei servizi, del turismo culturale, dell’agricoltura dei coltivatori diretti. E non c’è un rappresentante dei liberi professionisti che vendono beni e servizi con la propria partita Iva e profondendo energie fisico-psicologiche enormi e un rischio d’impresa che in Italia spesso si trasforma in dramma umano.

Nonostante 18 casi di nuova positività seppur con la solita micro e miserabile quantità di tamponi analizzati (solo 1.509), il 4 maggio la Campania rimarrà in pratica ferma, perchè ieri sera così ha decretato il presidente del consiglio Giuseppe Conte, rispetto al quale non riusciamo a trattenere le risate quando lo vediamo in tv, pensando contemporaneamente a come, da perfetto italians, abbia superato, a Santa Maria Capua Vetere, l’esame per diventare professore ordinario di Diritto Privato grazie ad una commissione nella quale per la prima e unica volta nell’ateneo, al tempo definito Sun, ha fatto parte il super avvocato e super professore a cui Conte, nello stesso immobile, prestava i suoi servigi da legale fino a quando la lotteria grillina non l’ha catapultato, inopinatamente, a palazzo Chigi.

In parole povere, dal 4 maggio non cambia nulla: i bar rimarranno chiusi come i ristoranti, come i barbieri, come i parrucchieri, come gli estetisti e le estetiste, come i negozi di abbigliamento e tutti gli altri che non appartengono alla categoria delle farmacie, delle ferramenta o dell’informatica. Per di più, la mobilità rimarrà in pratica bloccata esattamente come è paralizzata adesso con la sola modifica, buona dal punto di vista affettivo, insignificante dal punto di vista economico, della possibilità di rendere visita a qualche parente.

In pratica, occorrerà ancora l’autocertificazione che rappresenta un muro per tanti che non vogliono mettersi a far questioni con polizia, carabinieri, finanza e vigili urbani. In pratica, l’economica della Campania, di una Campania con 18 nuovi positivi al coronavirus, a fronte di 6 milioni di abitanti, rimarrà bloccata per almeno altre due settimane, con conseguente distruzione totale della sua economia.

Addirittura i bar e i ristoranti riapriranno il primo giugno.

Chissà perchè il centrosinistra, in Italia, se si eccettuano le due vittorie sul filo di lana di Romano Prodi nel 1996 e nel 2006, le busca ogni volta alle elezioni politiche? Perchè si è sempre dimostrata cieca rispetto all’evoluzione della struttura sociale italiana, perchè non ha mai voluto rischiare nulla per non giocare una partita rischiosa ma monumentalmente politica, ciclica dal punto di vista storico, di aprire un dialogo serio e autenticamente riformista con l’Italia reale e preponderante.

Ciò allo scopo di difendere, su una posizione retriva e conservatrice, il nocciolo duro del proprio elettorato dei garantiti, di quelli che Checco Zalone ha chiamato “i postifissi“. Oggi questa posizione è stata pienamente restaurata dopo i timidi tentativi, operati da Matteo Renzi, che avendo voluto fare a sinistra quello che in parte volle fare, in altri tempi, Bettino Craxi, ha rischiato seriamente di fare la stessa fine di quest’ultimo.

Conte, ieri sera, ha parlato solamente agli impiegati pubblici, ai titolari, beati loro, di contratti a tempo indeterminato, ai professori, ai dipendenti pubblici degli enti, cioè ad una massa di persone, sicuramente partecipata da tanti benemeriti che lavorano seriamente e ritengono l’espressione di un livello di alta produttività, un dovere incorporato nel giuramento di fedeltà alla Repubblica fatto assumendo le proprie funzioni; ma che, nella maggior parte dei componenti che appartengono a questo blocco sociale, si configura come il ventre molle del paese in quanto iper garantita e rammollita dalle troppe coperture sindacali, pardon, sindacatocratiche, che l’hanno impigrita, relegandola agli ultimi posti d’Europa nella classifica della competenza, dell’efficienza, della produttività, peraltro soggiogate da una burocrazia arrogante, che annichilisce ogni giorno il “popolo degli altri“, ma che resta inscalfibile proprio perchè la sua impalcatura è pienamente funzionale, insomma, serve al mantenimento in auge di uno status quo, costruito a suo tempo a pennello in necessità delle schiere di coloro che vivono in un altro mondo, che ritengono, la mattina, quando escono di casa, di conoscere, di essere capaci, di saper lavorare, di andare a competere quando, in realtà, vanno a far trascorrere il tempo, unico discrimine funzionale dei loro stipendi.

In poche parole, Conte si è rivolto ieri sera solo e solamente al pubblico impiego, senza neppure salvare l’apparenza e dimostrando dunque di non saper mettere a pragmatico valore la sua furbizia, quella dimostrata all’esame per diventare professore ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Ha dimostrato che la sua scaltrezza da vero italians non è sorretta da un’autentica intelligenza. Per cui, Conte si è presentato davanti agli italiani in prime time ieri sera, come una imitazione, peraltro pessima (a questo punto, meglio gli originali) dei premier di sinistra, gemmati dal Pci, dal Pds e dai Ds.

Con una capacità dialettica esponenzialmente inferiore a quella dei suoi antenati ulivisti e democrats, ha compiuto il medesimo errore tipico della sinistra, attestando una posizione di retroguardia, che l’Italia la vede solo ed esclusivamente in un’unica porzione, peraltro, oggi, anche numericamente minoritaria, del suo corpo demografico e sociale.

Il premier ha sviluppato, si fa per dire, le sue ragioni come se i due terzi del paese non ci fossero, non esistessero, fossero stati cancellati dalle anagrafi dei comuni. Eppure una composizione elementare del Pil, Conte, seppur costruito nella mentalità del raccomandato, la dovrebbe aver imparata.

Anche un bignamino ti spiega, infatti, chiaramente che la ricchezza del paese è prodotta, per la maggior parte, dalla laboriosa piccola impresa e da quei liberi professionisti, inchiodati da sempre alla croce, dalla medesima sinistra di cui sopra che alzando la bandiera delle tasse pagate in busta paga, li ha sempre bollati dell’infamia di evasori fiscali, come se un livello delle tasse attestato alle quote da record mondiale del 42-43% (ma in realtà siamo ben oltre il 50% con quelle comunali e con i tuttii bolli e i diritti di segreteria dell’universo che si pagano in questo paese) non fosse un vero argomento, quantomeno un’attenuante generica per giustificare la legittima difesa contro lo statalismo vampiro.

La ricchezza, in una visione economica intellettualmente onesta, non è l’arricchimento personale ma sono i posti di lavoro che questa schiera di tartassati comunque produce e che in tanti di loro desidererebbero diventassero a tempo indeterminato e affrancati, dunque, dalla precarietà. Ma questo potrebbe accadere e accadrebbe senz’altro se, dall’altra parte, ci fosse uno stato che detassa e in cambio chiede di investire sulle assunzioni soprattutto giovanili.

E’ inutile compiere analisi sul perchè Conte, ieri sera, abbia impostato tutto il discorso sulla sedicente fase 2 che, al contrario, è una “fase niente”, con la visione di un sindacalista della Cgil degli anni ’70, aggiungendoci di suo, però, una vistosa incapacità dialettica che non gli ha consentito neppure di salvare la faccia davanti al popolo delle partite Iva, delle micro imprese, così come in passato, perseguendo comunque gli stessi obiettivi, erano riusciti a fare i molto più intelligenti e preparati Massimo D’Alema e Luigi Bersani che almeno una scuola di partito l’avevano fatta.

Ed è ugualmente inutile aprire una riflessione sulla ragion d’essere di questo rozzo discorso, da Conte recapitato agli italiani a reti unificate: troppo inconsistenti, infatti, sono la struttura culturale del premier, la preparazione politica, l’esperienza e il quasi invisibile portato professionale che magari può produrre empatia solo perchè la propria carriera non è stata costruita sul merito, ma su una tipica “mossa all’italiana” cioè al concorso sostenuto con il suo amico incorporato in commissione e che lo rende simpatico e, come detto, empatico rispetto a chi ha fatto i soldi e si è costruito una posizione utilizzando gli stessi metodi e che quindi lo considera “uno de noarti”.

Tutto ciò produce un solo risultato: per almeno altri 15 giorni gli italiani, ma soprattutto i campani, i lucani e tutti i residenti delle regioni che hanno subito un minore impatto dell’epidemia e che oggi esprimono numeri non lontani dallo zero, dovranno continuare a stare agli arresti domiciliari. Inaccettabile perchè non esiste più almeno in queste regioni, un motivo tanto supremo, tanto straordinario, da poter giustificare uno specularmente straordinario atto di limitazione, anzi di annullamento della libertà personale che non ha precedenti neppure nel ventennio mussoliniano

E’ nocivo perchè in un tessuto economico, già strutturalmente debole, come quello del Meridione, omporre ai bar, ai ristoranti, ai parrucchieri, un altro mezzo mese o un altro mese di stop, sarà esiziale, mortale per tantissime famiglie che oltre a rimanere sul lastrico, matureranno una sfiducia assoluta nello stato e nelle sue istituzioni aprendosi alla possibilità di attività illegali, da sempre brodo di coltura delle mafie, delle ndranghete e delle camorre.

QUI SOTTO QUELLO CHE SUCCEDERA’ DAL 4 MAGGIO IN POI