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LA FOTO SHOCK. Il Garante dei Detenuti Pietro Ioia pubblica un’immagine di un recluso in carcere ferito. Ecco come va affrontata secondo noi la questione

           

NAPOLI – Durante gli ormai molti anni del nostro lavoro è capitato spesso di esaminare lamentele, partite dai congiunti dei detenuti reclusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere su presunte violenze subite da questi da parte del personale carcerario. Noi abbiamo l’idea che nessun potere, nessuna potestà è al di sopra della legge, sembra stupida questa affermazione perché tutto ciò è scritto nella Costituzione, la quale prevede anche le procedure per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica. Ma in Italia, soprattutto al Sud, questo va sempre ribadito e, dunque, abbiamo svolto le nostre indagini giornalistiche, senza mai riuscire a trovare niente di particolare e allora, come è giusto che sia in una civiltà giuridica evoluta e come sottolineano spesso i grandi uomini del Diritto dei Paesi della Common Law dell’ordinamento anglosassone, meglio un colpevole non punito che un innocente condannato.

Anche stavolta ci siamo comportati esattamente allo stesso modo. Abbiamo notato che le denunce di alcuni parenti dei detenuti erano più forti, più insistenti rispetto al passato. Non essendo riusciti a trovare nulla di importante, neppure in quest’occasione, abbiamo pensato che tale pathos fosse dovuto alla particolarissima condizione di tensione che si respira nei penitenziari a causa del coronavirus che, almeno fino a qualche giorno fa (crediamo che la regola non sia cambiata) non ha permesso lo svolgimento dei colloqui tra reclusi e familiari.

Ieri sera, però, ci è stato inviato un post pubblicato da Pietro Ioia, l’ex detenuto per ben 22 anni nelle carceri spagnole e in quella di Poggioreale, a scontar condanne per traffico internazionale di stupefacenti, che il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha nominato come Garante dei Detenuti nei carceri della città di Napoli, che se non andiamo errati sono quelli di Poggioreale e Secondigliano. atto sicuramente coraggioso e che un liberale come il sottoscritto non può criticare a priori, con buona pace di quei regolamenti dei requisiti come la competenza giuridica e la specchiata condotta per chi assume questa carica.

Pietro Ioia, che dopo aver assunto questa funzione è stato al centro di tantissime polemiche, si muove con grande circospezione. Perché, diciamocela tutta, sa di avere puntati contro di lui i fucili della delegittimazione, della serie: questo si è fatto 22 anni di carcere e non può che essere un tifoso dei detenuti, dei suoi ex “colleghi”, a scapito degli agenti della Penitenziaria e delle amministrazioni delle carceri. Per cui, Ioia è stato molto attento ieri a pesare le parole che hanno corredato la pubblicazione di questa impressionante foto, che, a suo dire ritrae la schiena vastamente ferita di un detenuto appena scarcerato dal penitenziario di Santa Maria Capua Vetere.

Cosa dice, precisamente, Ioia: “Proprio stamattina mi sono letto lo Statuto da Garante per i diritti e la salute dei detenuti ed è mio sacrosanto dovere mostrare questa foto di un detenuto scarcerato stamattina dal carcere di Santa Maria Capua Vetere“.

Ora, Ioia si muove fuori dal perimetro delle competenze attribuitegli dal sindaco di Napoli De Magistris. Pubblica una foto che riguarderebbe la casa circondariale sammaritana. Già in partenza questo limita la sua possibilità di accesso formale all’interno della struttura. Essendo stato costretto, per le critiche che hanno circondato la sua nomina, ad assumere il lessico del politico, lui non dice che a Santa Maria Capua Vetere questo detenuto è stato picchiato. E non affermandolo lui, noi non riportiamo quella che sarebbe una gravissima denuncia esplicitata comunque da una persona che si muove in rappresentanza del sindaco della terza città d’Italia.

Sapientemente, dunque, Pietro Ioia costruisce il suo sillogismo che così possiamo riassumere: siccome ho letto lo Statuo relativo alle competenze del garante, è mio sacrosanto dovere pubblicare questa foto. In poche parole, Ioia assimila la sua azione, che in termini formali è solamente una segnalazione su qualcosa si anomalo che possa essere capitato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, al dovere, tutto amministrativo, tutto pubblico che lui ha di assolvere, secondo la legge e dunque secondo lo Statuto, il suo compito.

Per evitare che anche noi dovremo poi essere costretti a utilizzare (lo sappiamo fare bene se volessimo, anche se non ci piace) la lingua bizantinasarebbe opportuno in questo momento che l’amministrazione penitenziaria di Santa Maria ma più in generale il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) del ministero della Giustizia si aprisse serenamente ad un’inchiesta interna, senza pensare che questa possa mettere in cattiva luce tutto il sistema delle carceri e l’atteggiamento di tutte le impagabili, valorosissime persone che forniscono il loro servizio giornalmente per quattro soldi al mese, dovendo badare a detenuti che, nella maggior parte dei casi, hanno conservato intatte le loro attitudini criminali e la loro innata scostumatezza.

Può capitare che, come si dice “capita nelle migliori famiglie”, che si possa verificare qualche incidente, qualche errore, qualche eccesso di controllo in una condizione di stress, com’è indubbiamente quella che si è vissuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Affrontare con tranquillità e spirito laico la questione, partendo da un precisissimo, basilare e quasi deontologico presupposto: l’uomo è fatto di carne, ossa ed emozioni e può anche cadere in errore. E’ interesse delle strutture amministrative di uno stato di diritto collocare queste normali distorsioni nel perimetro delle cose possibili, anzi, fisiologiche. Non facendolo, invece, si alimenta la letteratura iniqua e spesso immaginaria della violenza generalizzata, dei soprusi a cui i detenuti verrebbero sottoposti.

PS: unico giornalista europeo, il sottoscritto, che in segno di protesta e disobbedienza civile, non ha mai voluto difendersi in nessuna sede da queste accusa, ha trascorso 42 giorni in una cella del carcere di Benevento, sezione Detenuti Comuni. Ora è anche possibile che, vedendo un giorno sì e l’altro pure parlamentari, politici, membri del governo, venirmi a trovare, si sia registrata una maggiore circospezione degli agenti. Ma siccome io non sono un fesso, riesco a guardare anche in controluce e posso dirvi che il 95% di queste persone sono serie, professionali, umane nei confronti di chi sta dall’altro lato delle sbarre.