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ELEZIONI REGIONALI, IL SONDAGGIO. Ci fidiamo di Antonio Noto, che non li ha fatti, come il Pagnoncelli, nei giorni di Ferragosto. Ecco perché De Luca può aggiungere altri punti al vantaggio che gli viene accreditato

           

NAPOLI (Gianluigi Guarino) – Di sondaggi elettorali, ultimamente, ce ne sono passati diversi sotto al naso. Non ne abbiamo pubblicato nessuno.

Ciò perché li abbiamo considerati, secondo il nostro punto di vista, mutuato da una lunga esperienza in fatti riguardanti elezioni di ogni genere, non credibili né logici.

L’ultimo, firmato da Nando Pagnoncelli per il corriere della Sera, è addirittura ridicolo, con una Lega che a 15 mesi di distanza dal 20% e più raccolto alle europee, si attesterebbe al 3,3%.

Abbiamo aspettato, dunque, che a muoversi fosse il sondaggista che maggiormente stimiamo, al di là delle critiche che pure abbiamo espresso nei suoi confronti negli anni scorsi, soprattutto quando si è relazionato alle cose delle amministrazioni comunali di Caserta.

Antonio Noto è concentrato sul metodo. a fregola con cui certi istituti hanno realizzato sondaggi impossibili, in quanto frutto di problematicissime e spesso impossibili telefonate da fare nei giorni a cavallo di Ferragosto, non l’ha attraversato.

Ci risulta, anzi, che abbia detto ai suoi clienti reali e potenziali, che lui e il suo istituto, cioè la Noto Sondaggi, che rinnova, rinverdisce la lunga esperienza che Antonio Noto ha compiuto al timone della IPR Marketing, avrebbero ricominciato a lavorare a partire da lunedì 31 agosto, cioè dal giorno in cui il raggiungimento dei bersagli campionari sarebbe ritornato ad essere possibile, in coincidenza con il ritorno a casa della maggior parte dei vacanzieri.

Ecco perché ciò che stamattina Antonio Noto scrive, presentando il suo sondaggio in un articolo pubblicato dal quotidiano del gruppo Monti-, cioè Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, viene da noi valutato in maniera molto seria, perché si tratta di numeri frutto di un lavoro credibile compiuto su un campione effettivamente raggiungibile.

Ciò non vuol dire che l’esito delle elezioni regionali ricalcherà pedissequamente la previsione.

Noto, infatti, si è limitato, perché evidentemente questo è stato il mandato affidatogli dal suo cliente, a sondare le percentuali dei candidati presidenti delle Regioni.

Ne è venuto fuori un quadro tutto sommato prevedibile e sovrapponibile alle stime effettuate nei primissimi giorni di agosto, con un veneto e una liguria confermate al centrodestra, una Campania confermata al centrosinistra, Marche strappata dal centrodestra al centrosinistra, e altre due Regioni, entrambe governate dal centrosinistra, con risultato in bilico: in Toscana ci sarebbe il testa a testa tra il candidato del centrosinistra Giani, ancora leggermente in vantaggio sul candidato del centrodestra, cioè la leghista Ceccardi, con la famosa “forchetta” che interseca però la percentuale più bassa di Giani con la percentuale più alta di cui viene accreditata la Ceccardi.

Stesso discorso per la Puglia, ma a parti rovesciate: qui Raffaele Fitto, candidato del centrodestra indicato da Fratelli d’Italia sembra leggermente in vantaggio sul governatore uscente Emiliano, anche se, pure in questo caso, c’è l’incrocio all’interno della forchetta dato che la percentuale più alta possibile accreditata ad Emiliano (40%) è superiore alla percentuale più bassa attribuita a Fitto (39%).

Sia in Toscana che in Puglia, dunque, la variabile del cosiddetto “errore statistico” può essere ancora determinante, al pari di ciò che girerà nella testa degli indecisi, circa 1/3, la mattina del 20 settembre.

Rimandandovi al dettaglio delle percentuali relative alle 6 Regioni attraverso la lettura del citato articolo, e segnalandovi che il sì alla riduzione dei parlamentari è ancora in netto vantaggio rispetto al no, ma che il no ha in pratica raddoppiato i voti stimati rispetto a un mese fa (65-70% per il sì, 30-35% per il no) ritorniamo umilmente nei nostri ranghi regionali per riflettere un po’ sui numeri accreditati a Vincenzo De Luca e a Stefano Caldoro e a Valeria Ciarambino.

La Noto Sondaggi accredita il governatore uscente di una percentuale variabile tra il 46 e il 50%, mentre a Stefano Caldoro, candidato del centrodestra, viene attribuita un consenso elettorale che varia tra il 34 e il 38%. Per cui, tenendo conto che ci sono altri candidati minori, che però non arriveranno tutti insieme a più del 2,5%, Cinque Stelle dovrebbe attestarsi tr ail 15 e il 18%.

A nostro avviso il dato è credibile. Nei giorni più trafelati del lockdown, De Luca era anche ad una percentuale maggiore, frutto di un indice di gradimento superiore al 70%, che poteva lasciar prevedere un 55/58% nel voto elettorale. Successivamente il dato si è assestato.

De Luca deve al covid e solo al covid il vantaggio che gli accreditano tutti i sondaggi, e che non aveva invece fino a gennaio, al punto che diversi suoi consiglieri regionali trattavano con i partiti del centrodestra per passare armi e bagagli dall’altra parte.

Ma è anche vero che con la definizione ufficiale delle altre candidature e con il crescere di un fronte in grado di approfondire di più ciò che il governatore ha fatto e sta facendo sul covid, mostra un suo motivato dissenso.

Secondo noi, però, De Luca ha la possibilità di andare anche al di là del 50% accreditatogli da Noto.

Non avendo quest’ultimo, infatti, compiuto una stima sul voto alle diverse liste in campo (con quelle di De Luca sarebbe stato pressoché impossibile, dato che sono 15) la rilevazione isola semplicemente ciò che il campione rappresentativo ha espresso al telefono, rispondendo a una domanda precisa sui candidati governatori: “Per chi voterà lei il prossimo 20 settembre? Per De Luca, Caldoro, Ciarambino, ecc…”

Da questa semplice domanda scaturiscono i numeri appena declinati.

Ma Noto non ha potuto valutare scientificamente, anche perché impossibile, l’incidenza delle liste dei candidati a consiglio regionale sul voto al presidente.

Fatto importante, dato che il cosiddetto voto disgiunto, oppure il voto dato solamente agli aspiranti governatori e non a una delle liste che li sostengono, è fenomeno comunque limitato e che riteniamo anche stavolta non sconvolgerà l’aritmetica delle sommatorie.

Molto diverso, invece, ripetiamo, è il discorso dell’incidenza delle liste. Sono tantissimi, in effetti, gli elettori che andranno in cabina con la sola idea di votare un candidato al consiglio regionale, che magari è un proprio parente o un affine, un parente di un parente, un affine di un affine, o la persona che gli è stata indicata dal proprio sindaco, dal proprio assessore, da un consigliere comunale suo parente o amico.

Oh, siamo al Sud e non ci risulta che il lockdown abbia spedito definitivamente nell’oblio della storia Gattopardi di serie A, B e C.

Ed ecco che qui il covid ritorna a contare nell’esito elettorale.

Tutta quella morra di opportunisti che si sarebbero schierati col centrodestra, qualora i sondaggi avessero tenuto il segno di quelli pubblicati fino ad inizio febbraio, avrebbe probabilmente equilibrato la cifra di incidenza della platea dei candidati al consiglio regionale sull’esito del voto per il governatore.

Noi non conosciamo le situazioni sviluppatesi nelle altre Regioni in cui si voterà il prossimo 20 settembre.

Non sappiamo se il 70% di cui è accreditato in Veneto Luca Zaia abbia creato un rapporto di 1:3 nella struttura numerica dei candidati espressi dalle lise per il consiglio regionale.

Stesso discorso per la Liguria.

Siamo portati a ritenere, però, che questo effetto, anche per una questione di mentalità meno intrisa di clientelismo, sia modesto anche in Toscana e nelle Marche.

In poche parole, il rapporto incrementale o decrementale tra quello che un candidato governatore rappresenta in termini di stime elettorali e ciò che gli può aggiungere o togliere la somma dei suoi candidati nelle liste per il consiglio regionale si compensa o quasi.

Discorso particolare per la Puglia, che al pari della Campania è una regione meridionale, anche se la sua apertura verso l’Adriatico ha storicamente affermato una certa indipendenza dal bisogno e dunque dall’assistenzialismo della sua classe borghese-commerciale.

Qui abbiamo due candidati forti: Michele Emiliano è stato cinque anni a fare il governatore e dunque parte da una rendita di posizione indiscutibile.

Dall’altra parte c’è Raffaele Fitto, anche lui radicatissimo e con una esperienza, quella pre-vendoliana, di governatore.

Si dirà: scusate, saputelli di Casertace, ma anche Stefano Caldoro ha fatto il governatore come Fitto.

Risposta: intanto va detto che il competitor di Fitto non ha il carattere e la personalità di De Luca, che non sono un’arma totale, ma che hanno rappresentato, come si suol dire, la perfetta spada da inserire nel fodero del contesto sociologico creato dal coronavirus.

Inoltre, Stefano Caldoro ha vissuto sempre di luce riflessa.

Nel 2010, quando vinse le elezioni, non produsse neppure mezzo voto in più rispetto alla sua coalizione, approfittando del voto di opinione che al tempo favoriva nettamente il centrodestra.

Nel 2015 perse, combattendo fino all’ultimo voto e arrivando vicinissimo a De Luca fondamentalmente perché era uscente.

Raffaele Fitto, invece, non ha mai goduto di luce riflessa. Da quando è morto Pinuccio Tatarella, è rimasto in pratica, anche per effetto del portato familiare che il sottoscritto, avendo lavorato in Puglia, conosce significativamente, l’unico leader del centrodestra autenticamente competitivo.

In tutto ciò risiede il motivo per cui Fitto, a differenza di Caldoro, se la gioca con buone possibilità di farcela.

E veniamo alla Campania: quel 46/50% che Noto assegna credibilmente a De Luca è destinato probabilmente a crescere, perché in Campania, dove c’è la peggiore classe politica dell’Italia, dove il trasformismo ha raggiunto livelli inimmaginabili, che fanno impallidire le anime di quelli che lo hanno inventato a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, è avvenuto che 15 liste, roba mai vista nella storia, si siano schierate con De Luca a fronte delle 6 liste messe in campo da Caldoro e dell’unica lista schierata dalla Ciarambino.

Ora è impossibile che una tale sproporzione di forze, che non si verifica in nessun’altra delle 5 Regioni al voto, non abbia ricadute sul voto al governatore.

Per cui, partendo dalla validità intrinseca del sondaggio di Noto, non ci stupiremmo se il De Luca, che proprio per questo motivo non torneremo a votare, dopo averlo fatto nel 2015, si avvicinasse o addirittura superasse la soglia del 60%.

LEGGI IL SONDAGGIO: 2020090346245160