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CORONAVIRUS. Bla bla De Luca, intanto è strage di contagi tra medici, infermieri e OSS. In Italia il 600% in più rispetto alla Cina

           

NAPOLI (gianluigi guarino) – Quando ieri abbiamo scritto della diserzione in massa di 249 medici del Cardarelli, abbiamo  anche assecondato la posizione durissima del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che parlato esplicitamente di tradimento e vigliaccheria. Come sempre, al di là del silenzio e delle successive minimizzazioni farlocche di De Luca, che ovviamente non può attaccare i medici lavativi perché questi voteranno alle prossime elezioni regionali, causa più importante evidentemente per il governatore evidentemente più importante di quella relativa alla salute dei campani, quando si ragiona riuscendo ad eliminare le tossine dell’emotività, si arriva a valutazioni e considerazioni più equilibrate.

Non conosciamo nei dettagli minimi la questione Cardarelli denunciata ieri mattina da Il Fatto Quotidiano ma la fuga dei medici, pur rimanendo riprovevole, incrocia delle attenuanti tutt’altro che generiche: i sanitari della Campania stanno, infatti, risultando espostissimi. Ciò perché la Regione, che a sentire i film De Luca eroga già servizi sanitari 100 volte migliori rispetto a quelli che erogava quando al comando c’erano Caldoro, Bassolino o la buonanima di Rastelli, non eroga un bel nulla. La realtà è raccapricciante. Solo che, in tempi ordinari, la cosa la notiamo soprattutto noi addetti ai lavori che non lesiniamo certo critiche al modo in cui viene gestita la sanità in Campania. In casi eccezionali, unici, come quello che stiamo vivendo, il problema diventa esplosivo.

Ora dopo ora, il clima all’interno del mondo della sanità pubblica e dei suoi operatori diventa sempre più teso. Oggi sono stati chiusi 4 reparti del Monaldi e si è ammalato il responsabile della Rianimazione o Terapia Intensiva, che dir si voglia, dello stesso ospedale. E ancora, sono risultati positivi al test per il coronavirus il direttore generale dell’Asl Napoli 3 e il direttore del Vecchio policlinico, insieme a mezza direzione sanitaria. Anche al Cardarelli, cioè nell’ospedale dei 249 medici fuggiaschi, si sono registrati decine e decine di casi di positività.

E allora, se i sanitari hanno paura e si mettono in malattia in massa, non ce la si può prendere solo con loro. Al contrario, come si suol dire, il Re è nudo e si mostrano in maniera sempre più evidente le gravissime carenze che durante la presidenza De Luca sono diventate ancor più critiche, ancor più disastrose rispetto al passato.

Andiamo avanti: stamattina è morto un caposala, uno dei vertici del 118 di Benevento. L’infermiere di Solopaca era un immunodepresso, avendo subito in passato il trapianto di un rene, ma se non si fosse ammalato di coronavirus, non sarebbe in una fossa, ma a lavorare per la Patria. Il suo decesso rappresenta la punta più avanzata del sacrificio che moltissimi sanitari che, al contrario di quelli del Cardarelli non si mettono in malattia, stanno compiendo ogni giorno. Sempre dal Sannio giungono le notizie della positività di una ginecologa di Telese Terme e di un altro giovane medico, residente nella cittadina termale.

Ad oggi, anzi, alle 17:50 di oggi, giovedì 19 marzo, le Asl non hanno ancora fornito uno schifo di mascherina ai medici di base, cioè a coloro che avrebbero la necessità di vedere personalmente alcuni malati, per il semplice motivo che l’avvento del coronavirus non ha debellato tutte le altre malattie del genere umano e che, dunque, c’è bisogno spesso che il medico veda e si renda conto de visu, in modo da distinguere, eventualmente, i sintomi del virus che sta sconvolgendo l’esistenza e i ritmi di vita degli abitanti del pianeta Terra.

Stesso discorso per gli infermieri degli ambulatori delle Asl, per agli operatori dei servizi farmaceutici pubblici, per capirci, quel personale che consegna tra le altre le sacche per la nutrizione a malati lungodegenti o che non sono più in grado di mangiare il cibo “normale”. Queste figure professionali sarebbero anche disponibili a comprarsi le mascherine. Alcuni di loro lo hanno fatto, ma in molti non sanno nemmeno come trovarle, mentre ci dovrebbero pensare le Asl e dunque la Regione a rifornirli di tutti i presidi di prevenzione, mascherine ma anche guanti ed altre protezioni.

Nelle aziende ospedaliere la situazione è leggermente migliorata. Ma solo leggermente, come dimostrano i casi appena citati del Monaldi, del Cardarelli e del Vecchio policlinico o Primo policlinico universitario, che dir si voglia.

Il Journal of American Medical Association, che come si può capire dalla sua testata, è l’organo che esprime il pensiero dell’associazione nazionale dei medici statunitensi, ha pubblicato in questi ultimi giorni un rapporto che, come si suol dire, parla da sé: in Cina mangeranno anche i serpenti e i topi, così come abbiamo sprezzantemente e sarcasticamente affermato noi italiani quando il virus impazzava nel Paese del Dragone, ma, dittatura o non dittatura, oggi, 19 marzo, lì dove tutto è cominciato, nella megalopoli Wuhan da 11 milioni di abitanti, quasi il quadruplo di Roma, quasi sei volte Milano, non si è registrato nessun caso. Zero, rispetto alle migliaia e migliaia di contagiati quotidiani che si registravano non prima di un mese fa.

Quindi, la Cina si è mossa in maniera spettacolare, utilizzando ad esempio il digitale avanzato, un’applicazione con la quale ogni persona si è resa rintracciabile e localizzabile, rispetto ad una situazione sanitaria individuale che aveva l’obbligo di dichiarare nel database della stessa app.

Nei giorni più critici dell’emergenza, il rilevamento a cui fa riferimento la rivista americana è datato 11 febbraio, i sanitari contagiati in Cina erano 1.080 su 72.314 casi totali.

15 marzo 2020. Dunque stiamo parlando di domenica scorsa, in Italia su 22.512 casi, 2.026 sono stati i positivi tra i sanitari. In poche parole, in Cina la percentuale è stata dell’1,49%. In Italia, la percentuale dei sanitari ammalatasi è, a domenica scorsa, è del 8,99%, in pratica il 9%. Una vera e propria vergogna per il governo, per il servizio sanitario nazionale ma soprattutto per le regioni, che, com’è noto, hanno piena e pressoché totale competenza in materia sanitaria.

Oggi, in Italia, si è già ammalato il doppio dei medici, infermieri e operatori ammalatisi in Cina. Solo che, nella nazione più popolosa del mondo, il dato si connette al numero di casi complessivi, quasi quadruplo rispetto a quello dell’Italia.

Conclusione: il contagio dei sanitari nel nostro Paese è stato di sei volte superiore rispetto alla Cina, precisamente 6,03 volte.

Altro da dire non c’è,  se non sottolineare iniziative come quella del maddalonese Giuseppe Razzano che in pochi giorni è riuscito a raggiungere un significativo numero di firme per la sua petizione a favore del personale sanitario (CLICCA QUI PER LEGGERE E PER FIRMARE).