Come volevasi dimostrare. Con Pegaso mangiavano tutti: Il Mattino, Repubblica e anche la sinistra à la page di Travaglio e Iurillo, che pretendeva di fare la morale a Casertace

Quando, nel giugno scorso, saltò fuori la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex patron della Pegaso, l’università telematica che questo giornale, in tempi non sospetti e unico nel panorama editoriale italiano, aveva definito “università della Ricotta”, fu facile per noi prevedere che la ricerca dei nomi delle circa 40 persone coinvolte, a vario titolo, nelle attività oggetto dell’inchiesta sarebbe stata tutt’altro che agevole.

Parliamo delle contestazioni relative all’utilizzo ritenuto illegittimo del titolo che l’università aveva ricevuto per rilasciare lauree equipollenti a quelle degli atenei tradizionali, ma anche delle ipotesi investigative riguardanti esami irregolari, regali e altre presunte condotte fraudolente.

Per noi fu facile dire, allora, che l’attività di ricerca dei nomi degli indagati sarebbe stata agevole soltanto sulla carta. Sapevamo benissimo, infatti, che dopo essersi messi d’accordo per raccontare la vicenda in un determinato modo, la triade dei sedicenti “giornaloni”, quelli à la page – Del Gaudio, Del Porto e Iurillo, rispettivamente giudiziaristi de Il Mattino, la Repubblica e Il Fatto Quotidiano – non avrebbe scritto una sola parola sull’indagine della Procura della Repubblica di Napoli.

Questo nostro articolo andò in rete un paio di giorni dopo la diffusione della notizia e, puntualmente, nessuna fretta, nessuna apprensione ci pervase, come invece accade spesso quando si ritiene una notizia importante e utile al punto da rendere necessaria la rapidità, magari per battere sul tempo la concorrenza.

Su Pegaso, però, la concorrenza non c’era.

Perché, come scrivemmo testualmente, prima Danilo Iervolino e poi, con una novità clamorosa, quelli del fondo inglese che comprarono l’ateneo della Ricotta per la cifra monstre di 1 miliardo e 200 milioni di euro, hanno sempre abbeverato tutti i giornali italiani.

Compreso quello del tribuno della plebe, del Robespierre dall’occhio perfido e dal capello brizzolato da fascinoso intellettuale di sinistra. Compreso Il Fatto Quotidiano, che oggi diventa esso stesso “fatto”, in quanto coinvolto direttamente nella seconda fase di questa inchiesta che la Procura della Repubblica di Napoli, pervicacemente – ed è questa la prima medaglia che, a nostro avviso, merita davvero Nicola Gratteri, anche se con enorme ritardo – sta portando avanti senza guardare in faccia a nessuno.

Tutto tornò, dunque, in maniera tranquilla e serena rispetto al nostro facile vaticinio, frutto di una conoscenza di quella che è la palude dell’editoria italiana. Una palude dalla quale si salvano solamente pochi, pochissimi giornali indipendenti, piccoli proprio perché estranei ai circuiti del finanziamento improprio.

Pegaso aveva fatto mangiare tutti. E ha continuato a far mangiare tutti anche dopo Iervolino.

Perché, probabilmente, il fondo inglese, adattandosi al costume italico e avendo speso 1 miliardo e 200 milioni di euro non soltanto per l’università, ma anche per quello che viene definito l’avviamento, vale a dire per ciò che Iervolino, grazie ai suoi metodi e alle sue strategie, aveva costruito sul piano dei ricavi, ha ritenuto opportuno operare in continuità.

A partire dalla conferma nei propri ruoli di molti dirigenti e dipendenti che, durante la gestione del rampantissimo ragazzo d’oro proveniente da una tradizione familiare legata al mondo dei diplomi, avevano svolto un lavoro che, conti alla mano, si era rivelato vincente.

Perché 1 miliardo e 200 milioni di euro non sono bruscolini.

Per cui leggiamo stamattina che La Procura di Napoli ha avviato una nuova indagine che coinvolgerebbe 22 persone e toccherebbe anche alcuni importanti gruppi editoriali e figure di primo piano del mondo dell’informazione.

L’inchiesta, che si sviluppa su due distinti filoni, ipotizza da un lato presunte pressioni esercitate nei confronti della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e, dall’altro, un possibile sistema di corruzione tra privati finalizzato, secondo gli investigatori, a ottenere una gestione favorevole delle notizie riguardanti il gruppo che controlla l’ateneo telematico.

Tra gli iscritti nel registro degli indagati figurano anche Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it, e Cinzia Monteverdi, amministratrice delegata di SEIF, società editrice del Fatto Quotidiano. L’ipotesi di reato contestata nei loro confronti sarebbe quella di corruzione tra privati.

Uno dei capitoli dell’indagine riguarda Fabio Domenico Vaccarono, presidente dell’Università Pegaso, che nei giorni scorsi sarebbe stato destinatario di una perquisizione.

La Procura ipotizzera che Vaccarono abbia cercato di ottenere, attraverso il giornalista e faccendiere Luigi Bisignani, un intervento sulla ministra Bernini per mantenere in vigore una disciplina relativa agli esami universitari a distanza introdotta durante l’emergenza Covid.

La proroga avrebbe consentito di mantenere modalità di verifica nelle quali, secondo l’ipotesi investigativa, il personale amministrativo avrebbe potuto svolgere un ruolo nella validazione delle prove senza la necessaria presenza di un docente.

Si tratta, naturalmente, di contestazioni ancora al vaglio degli inquirenti e sulle quali dovranno essere gli sviluppi dell’indagine a chiarire eventuali responsabilità.

Il nuovo fascicolo si inserisce in un quadro investigativo già aperto dalla Procura di Napoli sull’Università Pegaso.

La precedente inchiesta aveva riguardato, tra le altre cose, presunte irregolarità nelle immatricolazioni, nel riconoscimento dei crediti formativi, nei tirocini e nelle modalità di svolgimento degli esami a distanza.

Gli investigatori avevano ipotizzato il rilascio di titoli di studio senza il rispetto di tutti i requisiti previsti, collegando tali condotte, secondo l’accusa, alla possibilità di incrementare il numero degli iscritti e quindi i ricavi.

In quella vicenda l’Università Pegaso aveva assunto la posizione di parte lesa, sostenendo che gli episodi contestati risalissero a diversi anni prima e che le persone eventualmente coinvolte fossero già state allontanate dall’ateneo.

Il secondo filone dell’attuale indagine appare ancora più ampio e riguarda i rapporti tra i vertici del gruppo legato a Pegaso e diversi esponenti dell’editoria italiana.

L’ipotesi investigativa è quella di un presunto sistema attraverso il quale sarebbero stati ricercati articoli e trattamenti giornalistici favorevoli, o comunque tali da limitare l’impatto negativo delle notizie relative alle vicende giudiziarie dell’università.

La Procura ipotizzerebbe anche l’esistenza di una rete di relazioni costruita negli anni tra i vertici del gruppo, direttori di testata, società editoriali e concessionarie pubblicitarie. In questo contesto, gli investimenti pubblicitari avrebbero potuto rappresentare, secondo l’accusa, uno degli strumenti utilizzati per consolidare tali rapporti.

Negli atti dell’indagine sarebbe inoltre contestato il comportamento di alcune testate che avrebbero contattato esponenti dell’università prima della pubblicazione di articoli riguardanti fatti potenzialmente dannosi per l’immagine del gruppo.

Nell’inchiesta compaiono esponenti di importanti realtà editoriali italiane. Tra le società citate figurano GEDI, RCS, Ciaopeople, Italpress, Il Foglio, Piemme, Il Sole 24 Ore, il gruppo editoriale riconducibile alla famiglia Angelucci, Citynews e SEIF, oltre alla concessionaria Sport Network.

Tra i giornalisti e dirigenti coinvolti risultano, fra gli altri, Mario Orfeo, ex direttore di Repubblica, Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa, e Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio.

Malaguti e Cerasa hanno già fatto sapere di essere disponibili a fornire ogni chiarimento necessario agli investigatori.

Peter Gomez, in un comunicato, ha confermato di aver ricevuto un’informazione di garanzia, negando però di aver ricevuto denaro o altri vantaggi illeciti.

Il direttore de ilfattoquotidiano.it ha spiegato che i rapporti tra il giornale e il gruppo collegato a Pegaso riguardano anche attività legate alla Scuola di cittadinanza del Fatto, oltre a rapporti di natura pubblicitaria.

Anche Cinzia Monteverdi ha diffuso una propria comunicazione in merito all’inchiesta.

Al momento, invece, l’Università Pegaso non ha diffuso una posizione ufficiale sui nuovi sviluppi giudiziari.

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